mercoledì 2 dicembre 2009

Cesare Lombroso e l'antropologia criminale

(...) Nell’ambito del controllo sociale, più analitico e disinteressato, lo studio dell’uomo apre in questo periodo in tutta Europa nuove frontiere di indagine e nuovi approcci, proporzionali alla precisione dei nuovi metodi di indagine.
Il maggiore contributo italiano all’argomento, fu versato dal medico torinese Cesare Lombroso (1835-1909), il quale venne insignito addirittura del titolo ufficioso di padre dell’antropologia criminale. Nonostante il fatto che la sua controversa fama sia dovuta agli studi sullo spiritismo e sulla fisiognomica, i campi di indagine di cui si occupò inizialmente furono di altro genere, e costituiscono un fondamento basilare della cultura moderna, in particolare per la diagnosi psicoanalitica della società. Dopo aver tenuto un corso sulle malattie mentali nel 1862, divenne professore di igiene mentale a Torino e direttore dell’ospedale psichiatrico di Pesaro. Infine nel 1905, ottenne la cattedra di antropologia criminale. Cesare Lombroso si interessò di moltissimi aspetti del comportamento umano, addirittura gettando le prime basi italiane della sociobiologia (basti citare scritti come: L’origine del bacio, o Perché i preti si vestono da donna), ma ovviamente passò alla storia per i suoi testi criminologici: L’uomo criminale (1875), L’uomo delinquente (1879), e Il crimine, causa e rimedi (1899). L’autore imbastì una serie di teorie basate sul concetto di atavismo, ovvero di un’eredità genetica preumana che presumibilmente ci abbiano lasciato le nostre antenate scimmie, e che talvolta può riproporsi sulle generazioni moderne ed essere assai evidente.
L’atavismo è un concetto molto affascinante e per giunta ancora oscuro, ma in quel periodo fu del tutto travisato, diventando la base di partenza per la dichiarazione scientifica che un popolo o una razza è superiore o inferiore alle altre. Di certo non si può incolpare l’autore dell’utilizzo che verrà fatto di alcune sue teorie il secolo successivo, nel contesto dell’eugenetica, soprattutto perché non avrebbe approvato i dilaganti fanatismi xenofobici e antisemiti, essendo egli stesso di origine ebraica. Lombroso elaborò inizialmente la sua teoria esaminando il cranio di un contadino di nome Giuseppe Villella, un piccolo delinquente calabrese (alquanto anziano) arrestato quattro volte per furto e sospettato di brigantaggio, sul quale notò per la prima volta una lieve anomalia ossea. Il cranio del contadino presentava al posto della cresta occipitale mediana, un pronunciato avvallamento; normalmente la cresta occipitale interna del cranio decorre in modo continuo fino al foro occipitale, ma in questo caso essa si divideva in due rami, creando in mezzo la cosiddetta fossetta cerebellare media (nota come fossetta di Lombroso). Su questa base l’autore dedusse che se il cervello segue internamente la forma esterna della scatola cranica, allora quella precisa zona (che accoglie il verme del cervelletto) doveva accogliere una anomalia cerebrale notevole. Ad ispirare gli studi su questa evoluta forma di fisiognomica, furono le teorie sulla criminalità innata di Galton (1822-1911), uno studioso bizzarro e poliedrico a cui si deve il conio del termine eugenetica, nonché inquietante autore di testi sul miglioramento della razza e sulla selezione artificiale di una èlite umana. Ma cosa spinse Lombroso a postulare una teoria sugli atavismi? Questa particolare conformazione del cranio è una struttura congenita di parecchi primati (presente fin dai lemuri), per cui l’antropologo criminale giunse alla conclusione che il portatore di tale anomalia, avesse subito un processo di regressione evolutiva, diventando più simile degli altri uomini alle scimmie antropomorfe, non soltanto per qualche minuscolo dettaglio anatomico, ma anche nel comportamento. L’autore naviga in pieno positivismo, ed infatti mescola agevolmente evoluzione biologica e culturale, adducendo che determinati comportamenti sono prerogative “dei popoli primitivi e dei selvaggi, e qualche volta degli animali”; in tale ottica ha luogo la sua famosa criminologia in cui “chi viola la legge morale ha già violato quella biologica”.
Così Lombroso: ”L’uomo è un organismo vincolato da legami genealogici a tutta la restante serie di esseri viventi; sottoposto all’azione formatrice dell’eredità, e a quella modificatrice, anch’essa ora in senso migliorativo ora in senso peggiorativo, capace di deviare o di degenerare dalla sua forma naturale o media sino a dare origine a tipi patologici, così nel senso dell’inferiorità come in quello della superiorità ”.
La prova pratica di queste teorie stava, secondo Lombroso, nel fatto che se in una civiltà culturalmente avanzata (per la quale si intendeva una popolazione occidentale attuale!), un gruppo di individui manifestava un comportamento antisociale o addirittura criminoso, avrebbe posseduto caratteristiche fisiche particolari, diverse da quelle degli altri uomini, ed anche se catalizzate da fattori ambientali e socioeconomici, esse erano principalmente imputabili all’ereditarietà e alle “malattie mentali”.
L’autore aveva concluso che le tendenze criminali erano innate, un ricordo vestigiale della nostra selvatica origine che di tanto in tanto viene fuori in qualche organismo, il quale può essere subito riconosciuto mediante l’analisi fisiognomica. Nel celebre saggio L’uomo delinquente, veniva presentata una dettagliata descrizione dei caratteri somatici propri dei criminali (dei quali si dirà ben presto), raggruppati e catalogati in tipi o “motivi ricorrenti”, evidenziati in una analisi di confronto fra trecento fotografie di studenti e altrettanti carcerati; suppongo che a quell’epoca l’assenza di leggi a tutela della privacy, favorisse notevolmente questo tipo di ricerca, purtroppo oggi per fare qualcosa di lontanamente simile, si deve combattere audacemente con la burocrazia!
Lombroso divise i criminali in quattro categorie: criminali nati (caratterizzati da peculiarità anatomiche e psichiche), criminali alienati, criminali occasionali e criminali professionisti (Figura 5). La stragrande maggioranza delle teorie si riferiva ovviamente al sesso maschile, ma non mancarono certo brevi analisi sul gentil sesso dedito ad attività criminose, che si ritenne essere di gran lunga più mascolino del suo equivalente ad elevata moralità.
Se inquadriamo nel periodo attuale le teorie lombrosiane, ci viene spontaneo rifiutarle, e per giunta l’autore potrebbe apparirci come un autentico “geniale mostro”. In realtà nel suo contesto storico, l’antropologo fu fin troppo attuale, tanto è vero che parecchio tempo prima dell’insediamento delle teorie sulla diversità delle razze del regime nazista, egli sosteneva la necessità di un trattamento umano per i criminali, ritenendo che la riabilitazione fosse l’obbiettivo principale delle scienze penitenziarie, in netta opposizione all’uso abitudinario della pena capitale.
Il successo editoriale delle teorie sull’atavismo, aveva lasciato che la fisiognomica uscisse definitivamente dal purgatorio delle pseudo-scienze, ma la sua permanenza tra le scienze certe sarebbe stata molto breve.
Si potrebbe addirittura dire che nel caso Lombroso, sia stata la fisiognomica ad inquinare una sorta di comparazione etnografica tra individui appartenenti alla stessa comunità, ma residenti forse da già diverse generazioni nelle classi meno abbienti, in cui realtà conflittuali, individuali e collettive, potevano essere motivo di disadattamento, o sfociare in azioni criminose.
La lucida razionalità dello scienziato gli consentì più volte la ridefinizione delle sue teorie, ogni qual volta l’autore si trovò di fronte a nuove evidenze, ma ciò non bastò a far proseguire le ricerche post mortem. Il caso Lombroso cadde nel dimenticatoio pochi decenni dopo (confutato persino da alcuni suoi collaboratori), fino addirittura a diventare un tabù, quasi una parolaccia nell’ambiente antropologico.
La fisiognomica aveva creato fin dall’antichità un grosso calderone, in cui erano mescolati i fluidi delle varie teorie; nel periodo moderno il contenuto di tale colosso dell’introspezione umana era stato diviso in provette più piccole e sempre più specializzate, pertanto con l’avvento delle scienze moderne e delle visioni moderate, esso non aveva più motivo di esistere.
Alla sua morte, Lombroso volle che il suo corpo fosse donato al museo criminologico da lui stesso fondato, e che venisse praticata da suo genero (nonché suo assistente) l’autopsia che si era soliti fare sugli altri cadaveri. Tuttora la sua testa adorna gli scaffali del museo, come monito da lui voluto, che la scienza e la morte ignorano le differenze sociali; una sorta di Livella (la celebre poesia di Totò, Antonio De Curtis) in versione autoptica!
Dopo Cesare Lombroso pochi autori osarono sfidare la fisiognomica in modo scientificamente autonomo, adombrando la materia di una profonda crisi di spunti, soprattutto perché gli orrori della seconda guerra mondiale impermeabilizzarono l’opinione pubblica e accademica, contro ogni eventuale infiltrazione delle scienze della discriminazione.

martedì 26 maggio 2009

La vera storia del cranio di Pulcinella...in pillole

La varietà dei tratti somatici e delle etnie ispirarono la nascita della fisiognomica. I volti di Napoli e del sud Italia condussero gli scienziati del primo ‘900 a ideare l’antropologia criminale. Cosa c’è di vero in queste antiche scienze, in queste arti … in queste superstizioni? Certamente molto poco, tuttavia la biologia degli uomini si comporta come quella di tutti gli altri animali, cercando di adattarsi all’ambiente, anche quando esso viene deliberatamente modificato. I volti dei vicoli, le sembianze del popolo che vive nella città-ragnatela scavata nel tufo giallo, sono sicuramente il risultato di un isolamento geografico e sociale. Un isolamento, a volte così rigido, che è riuscito a far confluire stili di vita e sembianze in un unico gruppo sociale. Una comunità nella comunità che vive a ritmi diversi da quelli della metropoli che c'è intorno.
Perchè esistono queste isole, questi microcosmi socio-economico-culturali sparpagliati a macchia di leopardo in tutta Napoli? Come ha fatto una fetta di popolazione a separarsi dal resto della comunità, impermeabilizzandosi ad ogni tentativo di coinvolgimento/intrusione da parte dell'ambiente circostante? Fatto sta, che la segragazione ha resistito all'assedio della modernità, tanto da permettere la nascita anche di sfocati isolati genetici...quelli appunto dei caratteri somatici del popolo dei vicoli. La storia della fisiognomica, il “marketing tribale”, la nostra abilità di percepire il mondo, le illustrazioni delle fiabe, l’inconscio collettivo, la fumettistica americana, i nostri desideri e le nostre paure ancestrali possono aiutarci a svelare quale mistero sia nascosto sotto la maschera di Pulcinella … proprio sul suo cranio.

mercoledì 14 gennaio 2009

ETOLOGIA UMANA: UN APPROCCIO DI CATTIVA RIUSCITA SOCIALE!

L'ETOLOGIA UMANA consiste in un approccio adattativo al comportamento sociale umano, più comunemente chiamato sociobiologia (che però è una frangia estrema di questo tipo di analisi), e non è assolutamente catalogabile tra le scienze di buona riuscita sociale, laddove per buona riuscita si intende l’accettazione dei princìpi di questa materia da parte sia degli ambienti accademici, che dell’opinione pubblica. Non tutti sono d’accordo sul fatto che la teoria evolutiva possa essere impiegata con lo stesso filo logico anche nell’uomo. Coloro che si oppongono all’idea che il nostro comportamento sia stato plasmato dalla selezione naturale, spesso sottolineano la complessità e la varietà delle forme di comportamento umano presente nelle diverse società.
Sebbene le tradizioni culturali variano in modo sorprendente, alcuni biologi e psicologi hanno individuato quegli elementi basilari della psiche umana che hanno un senso solo se vengono analizzati in una prospettiva evoluzionistica.
Molte persone sostengono che affermare che un carattere sia adattativo implica che sia geneticamente determinato, e quindi di per sé buono; di conseguenza, che non possa e non debba essere cambiato. Facendo notare come la propaganda scientifica abbia in passato fatto un uso distorto delle teorie biologiche per portare avanti programmi politici di varia natura, ne concludono che la sociobiologia umana potrebbe facilmente venire utilizzata di nuovo per tali fini. Si spera che i pervertimenti politici della teoria dell’evoluzione siano stati talmente screditati da non poter più rinascere dalle proprie ceneri come fenici. Ad ogni modo, il punto saliente della questione è che «la sociobiologia è una disciplina che tenta di spiegare perché esiste il comportamento sociale, non di giustificarlo in alcuno dei suoi aspetti».
In pochi millenni di evoluzione storica l’essere umano ha costruito un’elaboratissima civiltà, aspirando ad un progressivo distacco dall’habitat naturale di provenienza, ma il risultato è stato ben diverso. Egli si è vestito di un dualismo bio-culturale che spesso gli genera imbarazzanti contrasti, a dimostrazione del fatto che non si possono barattare milioni di anni di evoluzione, con migliaia di anni di apprendimento.
A differenza dell’animale selvatico, l’uomo attuale, spesso definito “civilizzato” (ed in questo caso tutti gli uomini sono creature civilizzate), non può affidarsi ciecamente a quanto gli suggeriscono gli istinti.
«La voce dell’istinto, cui l’animale selvatico, nello spazio vitale in cui si trova naturalmente collocato, può ubbidire senza freni, perché essa lo consiglia sempre per il bene dell’individuo e della specie, nell’uomo “civilizzato” diviene anche troppo spesso fonte di suggestioni perniciose, ed è tanto più pericolosa in quanto ci parla nello stesso linguaggio in cui si manifestano anche altri impulsi, ai quali ancor oggi non solo possiamo, ma dobbiamo ubbidire».
Nello spazio vitale di un animale non esiste conflitto fra le sue inclinazioni e un certo “dovere”: tutti gli impulsi interiori sono “buoni”. Per l’uomo è andata perduta questa armonia paradisiaca, e le funzioni specificamente umane, come il linguaggio e il pensiero concettuale, hanno permesso l’accumulazione e la trasmissione di un sapere comune. Di conseguenza l’evoluzione storica dell’umanità segue un ritmo enormemente più veloce dell’evoluzione puramente organica e filogenetica, di tutti gli altri esseri viventi.
Gli istinti, cioè le modalità innate di azione e di reazione, rimangono legati anche nell’uomo al ritmo evolutivo degli organi, che é considerevolmente più lento, e non riescono a tenere il passo con la sua evoluzione storico-culturale.
Le “tendenze naturali” non sono più perfettamente sincronizzate con le condizioni di civiltà in cui l’uomo è venuto a trovarsi ad opera delle sue attività mentali.
Se realmente si potesse parlare di una versione sostenibile di ciò che la chiesa chiama peccato originale, questo sarebbe l’egoismo. Esso si pone alla base di ogni tabù e costituisce il lasciapassare per l’evoluzione di qualsiasi creatura. L’adozione della cooperazione e della socialità da parte dell’essere umano, come armi di sopravvivenza, non ha di certo affievolito la sua indole individualista che lo accomuna al resto delle specie, ma ha prodotto un forte contrasto di intenti. A tale scopo l’uomo ha ideato i sentimenti, e cioè una serie di spinte involontarie che suggeriscono ad ogni individuo di riversare attenzioni e risorse su altri individui. Tuttavia alla base del sentimento giace e languisce il nostro tabù, che non consentirebbe il bene della comunità in quanto tale, ma in quanto bene individuale. Lo scopo dell’essere umano, così come quello di ogni altra creatura, è quello di vivere e lasciare discendenti, e se per adempiere a questa missione c’è bisogno del bene di qualcun altro, ben venga. La sociobiologia è la ricerca di una matrice biologica, e solo biologica, del comportamento umano, che investiga sui nostri tabù non per il puro gusto di demolire l’immagine “umana” dell’essere umano, ma per svelare quella “animale” che teniamo nascosta con tanta vergogna.

lunedì 27 ottobre 2008

STORIA E ORIGINI DI PULCINELLA: la sua figura, il personaggio e i simboli

Il personaggio Pulcinella certamente non è la figura più limpida della mitologia teatrale Italiana. Sembra che sia stato creato per uno scopo, con un'intenzione ben precisa in un periodo definito. Tuttavia, a prescindere dalle interpretazioni di critici, antropologi e storici, Pulcinella lascia sulle sue vere origini un buio pesto, difficilissimo da penetrare. Secondo alcuni sarebbe un attore realmente esistito, che si distinse per le sue caricature e per il suo parlare grottesco. Altri dicono che il personaggio prese forma da uno "scemo del paese" che girava per le piazze a sbeffeggiarsi delle persone. Addirittura la mitologia pagana napoletana racconta che Colombina assieme ad una fattucchiera, andò fin dentro le viscere del Vesuvio ed impastò una "miscela" di bestemmie e di imprecazioni sentite nei peggiori luoghi della città. La lava fece il resto. Sempre la mitologia vuole che Pulcinella fosse nato da un uovo (il termine Pulcinella deriverebbe quindi da Pollo, Pulcino)!
Il personaggio dunque, tra leggende mitologiche e leggende metropolitane, prese forma come una figura di tramite, un'immagine ambigua che serpeggia nelle penombre del vicereame spagnolo, che esibisce voce da donna, pur avendo desideri maschili, si presenta come uno sciocco babbeo, pur avendo spesso un piano strategico per combinare qualche mascalzonata, sembra in buona fede, ma persegue i suoi scopi... si tratta in sostanza di un personaggio che riflette la napoletaneità. l'ambiguità è infatti una caratteristica pagana, e tale è la città partenopea, nei cui vicoli una corrente pagana si opponeva alla sessuofobia che dilagava in tutta europa. Pagana è la superstizione, l'idolatria e tutto ciò che si sviluppa in una città-ragnatela scavata nel tufo giallo che vive l'isolamento crono-topografico. Pulcinella è il bene e il male, è un soldato che con la caricatura denigra (e quindi smorza il potere) del suo antagonista per eccellenza: un capitano spagnolo che spadroneccia per le strade della città, di una città nella quale è un intruso, un usurpatore. Il popolo questo lo sa bene, odia il regime del vicereame spagnolo, così passo dopo passo, trasforma Pulcinella, questa figura di oscura origine, in tutto ciò di cui aveva più bisogno: un guerriero, un avatar che incarnasse lo spirito di ribellione del popolo. La sua caricatura si estende a tutto ciò che ai popolani risulta alieno. Ne diventano bersaglio spesso anche i dotti, i medici e tutti coloro che sovente si fanno scudo di un linguaggio complesso e furbo, che sembra voler gabbare i semplici. Per intenderci: Pulcinella è quello che tramuta la parola "medicina", in "merdicina"!
Di qui tutta la sua epopea, le sue guerre, le sue battute micidiali. La maschera scura simboleggia il volto annerito di chi abita il paese del sole, ma tutt'intorno, nei e protuberanze fanno da residuo vestigiale di tanti piccoli corni, tanti piccoli post-it che intendono ricordare la sua origine pagana e demoniaca. Similmente il suo grande naso. Il genio denigratore dei napoletani si esprime in questo canale, attraverso un bersaglio che il nemico non può colpire, poichè si tratta comunque di una produzione fantastica. Tutti gli eroi sono mascherati, ma la maschera di pulcinella, che tanto riassume i tratti somatici del popolo dei vicoli, nasconde qualcosa di più: un desiderio di rinascita...una rivoluzione.

mercoledì 6 febbraio 2008

FISIOGNOMICA MODERNA: cosa è? Esiste?

Perchè spesso accade che volti simili tra loro si ritrovino in zone a loro volta simili? Come mai certi caratteri somatici si dispiegano con maggiore frequenza in luoghi chiusi e isolati? Avevamo accennato a queste domande nei precedenti post ed avevamo capito (riferendosi al caso di Napoli) che certe fisionomie diventano assai comuni in circostanze di ristrettezza della maglia di incroci, ossia in zone chiuse e isolate dove in un certo senso gli abitanti sono tutti imparentati tra loro, e godono quindi di una maggiore somiglianza. Nel caso di napoli, i quartieri antichi sono delle roccaforti di tradizioni ortodosse, e la città ragnatela, scavata nel tufo giallo, difficilmente permette l'ingresso del pensiero dinamico-telematico che invece si è diffuso nelle altre zone (anche della stessa città). Le barriere quindi oltre ad essere geografiche possono essere anche sociali (o meglio ancora ecologiche) ed in questo troviamo le così dette "ragioni di Cesare Lombroso".
Chiarito ciò, ci si ritrova presto di fronte ad un'altra domanda, enormemente più difficile: Come mai proprio quelle fisionomie????
Adesso entriamo in un ambito decisamente più affine alla fisiognomica, ma è bene ribadirlo prima di iniziare: La fisiognomica è una credenza popolare senza alcun fondamento scientifico. Ciò che possiamo chiamare FISIOGNOMICA MODERNA riguarda essenzialmente la nostra capacità percettiva-associativa nei confronti del volto umano. Se fossimo ad esempio bravi disegnatori e ci chiedessero di disegnare un volto cattivo o buono, noi faremmo subito ricorso all'espressività e quindi alla mimica facciale, ma non solo. Esistono dei moduli visivi, che ci fanno percepire un volto umano cattivo o buono, a priori della nostra concezione culturale. Un esempio citato nel libro sono le sporgenze delle arcate e del toro sopracciliare, che ci fanno sembrare una figura maggiormente aggressiva (quando poi in realtà potrebbe essere la persona più placida del pianeta!). In generale tutte le fisionomie che percettivamente ricolleghiamo ad un pericolo sono quelle che nei tratti somatici sono più marcate, ovvero mascolinizzate. Quindi il disegnatore dovrà accentuare tutti i tratti somatici che determinano le differenze di un volto maschile da uno femminile, ed otterrà una figura di un "cattivo". La spiegazione di questa impropria percezione e simbolizzazione è da ricercare nel nostro passato ancestrale, in quello che portemmo definire: INCONSCIO EVOLUTIVO. A differenza dell'inconscio jungiano, tutte queste impostazioni provengono dalle precedenti fasi evolutive dell'uomo e sono delle semplici associazioni per ricorrere al combattimento ritualizzato per la leadership del branco; non a caso tali accentuazioni delle fisionomie sono prodotte proprio dall'azione del testosterone nella fase dell'adolescenza. In un certo senso quindi abbiamo una tendenza aprioristica ad analizzare i volti in modo soddisfacente, ma certo non potremmo mai arrivare a desumere il carattere di un individuo. I tratti somatici nell'uomo sono generalmente più marcati e ciò è dovuto alla massiccia azione degli ormoni sessuali maschili: tale accentuazione comunica (nel linguaggio non parlato) una elevata competitività, molto spesso associata ad una robusta costituzione (altra caratteristica influenzata dall'azione ormonale). Spesso si è detto che un robusto toro sopracciliare serviva come difesa degli occhi, ma di certo la sua connotazione di carattere sessuale secondario sembra più convincente. (La vera storia del cranio di Pulcinella. Cap. 2,7,8).

giovedì 24 gennaio 2008

Premio "Nuove Lettere"

Il saggio di antropologia: La vera storia del cranio di Pulcinella ha vinto il concorso letterario "Nuove Lettere", sezione saggistica, indetto dall'omonima rivista internazionale di letteratura dell'Istituto Italiano di Cultura di Napoli. La premiazione si terrà Domenica 3 Feb. alle 16:30 nell'aula "Gabriele D'Annunzio" della sede di via Bernardo Cavallino, 89 Napoli. Siete tutti invitati!

martedì 6 novembre 2007

Articoli Nuovi

25 Ott. Il Mattino: "la ricerca antropologica di DAvid - provocatoria, curiosa, interessante per lo spaccato offerto dalle ricerche dello studioso - lancia quasi una sfida a chiunque altro voglia provare a rivedere teorie discutibili in una chiave diversa..."

31 Ott. Il Roma: "interessante excursus intellettuale che partendo dalla disciplina della fisiognomica come ricerca di relazioni tra fattezze umane e comportamento innato, accennando e valutando criticamente storia, metodi e finalità, anche forzate, di questo campo di ricerca e del noto psichiatra Cesare Lombroso, si estende poi, via via, in un discorso storico, antropologico e sociologico, sviluppato in quello straordinario laboratorio umano che è la vivida città di Napoli."

Mangialibri.com: "Una bella passeggiata per Napoli: un caleidoscopio di colori, una Babele di suoni, la più varia umanità. Sicuri? Riavvolgiamo il nastro di ciò che abbiamo visto, di chi abbiamo incontrato per le strade e per i vicoli della città. Una strana impressione comincerà a farsi strada nella nostra mente, un disagio, come un'immagine percepita solo fugacemente, con la coda dell'occhio: ecco, mettiamo a fuoco meglio, riflettiamo... ma sì, alcuni volti ricorrono più volte. Tranquilli, non siamo capitati nel quarto capitolo della saga fantascientifica di Matrix o in un futuro popolato di cloni: 'semplicemente' alcuni tratti somatici sembrano accomunare molti abitanti di Napoli. Di più: sembrano caratterizzare peculiarmente alcune zone della città partenopea. Possibile? O si tratta solo di coincidenze?

Il giovane naturalista Dario David parte da questo spunto solo apparentemente weird e dopo aver brevemente illustrato la funzionalità evolutiva dei tratti del volto umano ripercorre tutta la storia della fisiognomica, cioè - come recita Wikipedia - "la disciplina pseudoscientifica che pretende di dedurre i caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto. Il termine deriva dalle parole greche physys (natura) e gnosis (conoscenza)". E perplesso passa a chiedersi se rincorrere tratti comuni negli abitanti - che so - dei Quartieri Spagnoli sia pratica illusoria e inutile, pericolosa deriva lombrosiana o interessante intuizione scientifica: la soluzione sta nell'ipotesi che - in osservanza della teoria elaborata dal celebre paleontologo Eldredge nel 2001 - in alcune zone delle nostre città caratterizzate per motivi storici e sociali da una certa 'chiusura' all'esterno si sia affermata la strategia evolutiva umana cosiddetta dei 'demi' (gruppi che si riproducono all'interno), in contrasto con quanto avviene nei quartieri 'bene', nei quali il gruppo umano degli 'avatar' interagisce più che altro dal punto di vista economico. E' lo spunto per rileggere brevemente la storia antropologica di Napoli e del suo popolo, tra crani, maschere e presepi in un saggio spigliato, del tutto privo di tecnicismi e perciò di agevole lettura ma anche di relativo impact factor accademico: più corretto definirlo il divertissement di un giovane e brillante scienziato che ama la sua città e soprattutto ama esercitare la nobile arte del ragionamento. Di impatto i disegni di Mauro David, padre prematuramente scomparso dell'autore, al quale il libro è dedicato.
"